🟢 XXVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - 11 OTTOBRE 2026
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📌 VANGELO DELLA DOMENICA
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 22,1-14
In quel tempo, Gesù, riprese a parlare con parabole [ai capi dei sacerdoti e ai farisei] e disse:
«Il regno dei cieli è simile a un re, che fece una festa di nozze per suo figlio. Egli mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non volevano venire.
Mandò di nuovo altri servi con quest’ordine: Dite agli invitati: “Ecco, ho preparato il mio pranzo; i miei buoi e gli animali ingrassati sono già uccisi e tutto è pronto; venite alle nozze!”. Ma quelli non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari; altri poi presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero. Allora il re si indignò: mandò le sue truppe, fece uccidere quegli assassini e diede alle
fiamme la loro città.
Poi disse ai suoi servi: “La festa di nozze è pronta, ma gli invitati non erano degni; andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze”. Usciti per le strade, quei servi radunarono tutti quelli che trovarono, cattivi e buoni, e la sala delle nozze si riempì di commensali.
Il re entrò per vedere i commensali e lì scorse un uomo che non indossava l’abito nuziale. Gli disse: “Amico, come mai sei entrato qui senza l’abito nuziale?”. Quello ammutolì. Allora il re ordinò ai servi: “Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”.
Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti».
LE PAROLE DEI PAPI
Il Vangelo oggi ci parla di un re che prepara un banchetto di nozze per suo figlio (cfr Mt 22,1-14). È un uomo potente, ma è soprattutto un padre generoso, che invita a condividere la sua gioia. In particolare, rivela la bontà del suo cuore nel fatto che non costringe nessuno, ma invita tutti, anche se questo suo modo di fare lo espone alla possibilità di un rifiuto. Notiamo: prepara un banchetto, offrendo gratuitamente un’occasione di incontro, di festa. Questo è ciò che Dio prepara per noi: un banchetto, per essere in comunione con Lui e tra di noi. E noi, tutti noi, siamo dunque gli invitati di Dio. Ma un banchetto nuziale richiede da parte nostra tempo e coinvolgimento, richiede un “sì”: andare, andare all’invito del Signore, Lui invita ma ci lascia liberi. Ecco il tipo di relazione che il Padre ci offre: ci chiama a stare con Lui, lasciandoci la possibilità di accettare o non accettare. Non ci propone un rapporto di sudditanza, ma di paternità e di figliolanza, che necessariamente è condizionato dal nostro libero assenso. Dio è molto rispettoso della libertà, molto rispettoso. Sant’Agostino usa un’espressione molto bella al riguardo, dicendo: «Dio, che ti ha creato senza di te, non può salvarti senza di te» (Sermo CLXIX, 13). E non certo perché non ne abbia la capacità – è onnipotente! – ma perché, essendo amore, rispetta fino in fondo la nostra libertà. Dio si propone, non si impone, mai. (Francesco - Angelus, 15 ottobre 2023)
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📌 DAI CROCICCHI DEL PECCATO AL BANCHETTO DI NOZZE CON LO SPOSO
Omelia su Mt 22,1-14 – Is 25,6-10a – Fil 4,12-14.19-20
C’è qualcosa di profondamente sconvolgente nel Vangelo di oggi: Dio prepara una festa, invita gli uomini alla gioia, spalanca le porte della Sua Casa, offre gratuitamente ciò che nessun uomo potrebbe mai procurarsi da solo… e gli invitati non vogliono venire!
Ma c’è qualcosa di ancora più sconvolgente: qualcuno accetta l’invito, entra nella sala del banchetto, si mette tranquillamente a tavola e tuttavia viene cacciato fuori! Perché? Perché non indossa l’abito nuziale! Due atteggiamenti apparentemente opposti, ma che nascondono lo stesso peccato: pretendere di vivere il rapporto con Dio secondo le proprie condizioni, anziché accogliere le Sue!
L’annuncio del Vangelo non è mai fine a se stesso: attraverso la predicazione Dio chiama tutti gli uomini alla Salvezza. Eppure Gesù conclude questa parabola con un’affermazione che dovrebbe scuoterci profondamente: «Molti sono chiamati, ma pochi eletti» (Mt 22,14). A prima vista sembra una contraddizione: annunciare il Vangelo perché tutti si salvino e poi parlare di pochi eletti! Ma per comprendere queste parole occorre entrare nel loro significato comunitario e battesimale, senza dimenticare che Gesù ci sta anche mettendo seriamente in guardia sulla nostra risposta personale alla Grazia.
Nella Chiesa primitiva gli «eletti» erano coloro che, dopo aver percorso un serio cammino catecumenale di formazione al battesimo per abbandonare pratiche e mentalità pagane, erano stati riconosciuti pronti a ricevere il Battesimo. Non si trattava di un’élite di privilegiati, di persone superiori agli altri, ma di uomini e donne nei quali la predicazione del Vangelo e l’azione della Grazia avevano cominciato a produrre i segni visibili di una vita nuova. Attraverso l’annuncio e la testimonianza dei cristiani, molti pagani venivano chiamati alla fede, bussavano alle porte della Chiesa e chiedevano di ricevere quella Vita Eterna che soltanto Cristo poteva donare loro. Seguiva un cammino serio, fatto di ascolto della Parola, conversione, preghiera, verifiche e scrutini, attraverso i quali la Chiesa, la Comunità come una madre che porta in grembo i propri figli, li accompagnava verso la rigenerazione battesimale. Non bastava dichiararsi cristiani! Bisognava cominciare a vivere da cristiani! La fede non poteva essere soltanto una convinzione intellettuale o un’appartenenza religiosa, ma doveva diventare una vita trasformata dalla presenza di Cristo Risorto. E questo era tanto più importante in una Chiesa perseguitata, nella quale professare la fede poteva significare perdere il lavoro, gli affetti, la libertà e persino la vita. Gli eletti non venivano preparati per andare a un talk-show, ma per testimoniare Cristo anche davanti alle fiere delle arene! E alcuni catecumeni, prima ancora di ricevere il Battesimo nell’acqua, arrivavano a versare il proprio sangue per Cristo, ricevendo quello che la Chiesa avrebbe chiamato Battesimo di sangue. Ma non si trattava soltanto delle persecuzioni dell’Impero Romano. Anche nella vita quotidiana i pagani aspettavano dai cristiani una prova concreta che Cristo fosse veramente risorto e vivo. L’amore ai nemici, il perdono tra i coniugi, la fedeltà matrimoniale, la dignità riconosciuta alle donne e ai bambini, la cura gratuita dei poveri, dei malati e degli abbandonati: erano questi i segni attraverso i quali la Chiesa rendeva visibile l’Amore di Dio.
Il cristianesimo non consiste nel parlare di Cristo, ma nel permettere a Cristo di vivere e amare attraverso di noi! E allora una prima provocazione è inevitabile: che cosa vedono oggi i non credenti guardando noi cristiani? Vedono uomini e donne trasformati dalla Grazia oppure persone che vivono esattamente come tutti gli altri, con gli stessi egoismi, le stesse vendette, le stesse impurità, la stessa avidità, la stessa incapacità di perdonare? E per di più convinti d’esser migliori degli altri per i loro riti e convincimenti. Se la testimonianza dei cristiani diventa scandalosa, se chi frequenta la Chiesa continua a vivere nell’adulterio, nella disonestà, nell’odio, nella superbia e nella doppiezza, nell’ipocrisia perché il mondo dovrebbe credere al Vangelo che annunciamo? Non sono forse proprio le nostre incoerenze e tiepidezze a diventare, tante volte, un ostacolo alla conversione degli altri?
La prima lettura, tratta dal profeta Isaia, ci presenta una promessa meravigliosa: «Preparerà il Signore degli eserciti per tutti i popoli, su questo monte, un banchetto di grasse vivande» (Is 25,6). Non si tratta semplicemente di un pranzo abbondante. È l’immagine della Salvezza, della Comunione definitiva con Dio e i fratelli, della Vita Eterna. Isaia annuncia che Dio eliminerà il velo che copre i popoli, asciugherà le lacrime su ogni volto e farà scomparire la morte per sempre. Ecco che cosa ci offre Dio! Non qualche consolazione religiosa, non una benedizione per continuare tranquillamente a vivere come prima nei nostri peccati, ma la vittoria sulla morte, la liberazione dal peccato e la partecipazione alla Sua stessa Vita! Il banchetto annunciato da Isaia trova il suo compimento nelle nozze del Figlio di Dio. Il Regno dei Cieli, ci dice Gesù, è simile a un re che prepara una festa di nozze per suo figlio. È l’immagine dello zelo, potremmo dire persino della gelosia di Dio per ogni uomo. Una gelosia che non nasce dall’egoismo, come quella degli uomini, ma dall’Amore infinito di un Padre che non vuole perdere nessuno dei Suoi figli. Dio è geloso della nostra felicità! Non vuole che sprechiamo la vita inseguendo ciò che non può salvarci! Non vuole che consegniamo il nostro cuore a falsi amanti, a idoli incapaci di amarci e di donarci la Vita Eterna! Il Padre prepara le nozze del Figlio e desidera ardentemente che sia presente la Sposa, la Chiesa, chiamata a vivere in comunione con Cristo. Per questo il re può dire: «Ecco, ho preparato il mio pranzo; i miei buoi e gli animali ingrassati sono già uccisi e tutto è pronto» (Mt 22,4).
Tutto è pronto! Non siamo noi a preparare la Salvezza, è Dio che l’ha preparata per noi! Non siamo noi a conquistare il Paradiso con le nostre forze, è Cristo che, attraverso la Sua Passione, Morte e Risurrezione, ci ha aperto le porte della Casa del Padre!
Questa immagine richiama immediatamente la parabola del Figlio prodigo. Anche là un padre prepara un banchetto, fa uccidere il vitello grasso e riveste il figlio ritrovato con l’abito più bello. Anche là c’è una casa, una festa, una dignità restituita. E anche là c’è qualcuno che, pur trovandosi vicino alla casa paterna, non vuole entrare: il figlio maggiore! Si può essere lontani da Dio vivendo nel peccato, ma si può essere altrettanto lontani da Lui vivendo apparentemente dentro la Sua Casa! Si può essere figli e comportarsi da estranei; si può frequentare la Chiesa e avere un cuore che non conosce l’Amore del Padre!
Il banchetto nuziale è dunque l’immagine della Comunione con Cristo e i fratelli, che comincia già nella Chiesa, nella Comunità concreta a cui Sí appartiene e trova nell’Eucaristia la sua espressione sacramentale più alta, nell’attesa del banchetto eterno del Cielo. Attraverso il Battesimo siamo introdotti nella Vita nuova, e attraverso l’Eucaristia veniamo continuamente nutriti della Vita stessa dello Sposo e legati più intimamente con i fratelli. Dio non ci invita a partecipare a una semplice cerimonia religiosa: ci invita a unirci a Cristo, a vivere di Lui, ad amare con il Suo stesso Amore i nostri fratelli!
Eppure gli invitati «non vollero venire» (Mt 22,3). Notiamo bene: non dice che non potevano, ma che non volevano! Quante volte anche noi diciamo: «Non posso venire a Messa», «non ho tempo per venire all’ascolto della Parola o della Catechesi», «Non posso pregare», «Non posso confessarmi», «Non posso impegnarmi nella vita della Parrocchia»! Ma siamo proprio sicuri che non possiamo? Oppure, più semplicemente, non vogliamo? Per il lavoro troviamo il tempo e siamo pronti ad affrontare ogni sacrificio, per il divertimento troviamo il tempo, per lo sport, per il telefono, per la televisione, per le nostre passioni troviamo sempre il tempo. Per Dio, invece, il tempo manca! Non è Dio che ci impedisce di incontrarLo: siamo noi che troppo spesso abbiamo deciso di mettere tutto prima di Lui!
Gesù precisa che gli invitati «non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari» (Mt 22,5). Il campo e gli affari non sono necessariamente cose cattive. Il problema è che sono diventati più importanti dell’invito del Re, più importanti dello Sposo e delle nozze con Lui. E qui si nasconde una delle tentazioni più pericolose per noi cristiani: non abbiamo bisogno di rinnegare apertamente Dio per escluderLo concretamente dalla nostra vita o per rilegarlo all’ultimo posto riservandogli solo lo scarto e le briciole del nostro tempo e delle nostre attività! Basta riempire l’esistenza di tante cose, anche legittime, fino a non lasciare più spazio per Lui. Il diavolo non ha sempre bisogno di convincerci a fare chi sa quale male; spesso gli basta convincerci che abbiamo qualcosa di più urgente e importante da fare del tempo e delle energie che Dio ci chiede! Ricordiamo sempre che gli affari non sono soltanto quelli economici! Esistono anche gli affari affettivi, i commerci del cuore, le relazioni nelle quali non cerchiamo il bene dell’altro e la Gloria di Dio, ma la soddisfazione dei nostri bisogni. Quante volte diciamo di amare una persona, mentre in realtà vogliamo possederla! Quante volte pretendiamo affetto, attenzione, riconoscimento, gratitudine, e quando non riceviamo ciò che desideriamo diventiamo aggressivi, gelosi, vendicativi! Quante volte trasformiamo persino la famiglia, il matrimonio, le amicizie e la vita comunitaria in parrocchia in luoghi nei quali cerchiamo solo noi stessi invece di donarci gratuitamente! Il cristianesimo non consiste nel saziare il proprio egoismo servendosi degli altri e delle cose di Dio, ma nel lasciarsi saziare da Cristo per diventare capaci di offrirsi agli altri! Il mondo ci insegna a prendere, Cristo ci insegna a donare. Il mondo ci insegna a possedere, Cristo ci insegna ad amare. Il mondo ci insegna a difendere sempre i nostri interessi, Cristo ci insegna a perdere la vita per ritrovarla. E noi, quale padrone stiamo servendo? Non possiamo pretendere di appartenere contemporaneamente a Cristo e agli idoli che ci dominano! Gesù lo ha detto chiaramente: «Nessuno può servire due padroni» (Mt 6,24).
Alcuni invitati arrivano addirittura a insultare e uccidere i servi del re. È una reazione apparentemente assurda: perché uccidere chi porta l’invito a una festa? Perché l’annuncio della Verità non lascia mai indifferente chi ha deciso di vivere nella menzogna! Quando il Vangelo entra nella nostra vita, mette in discussione le nostre false sicurezze, smaschera i nostri idoli, denuncia i nostri peccati, ci costringe a confrontarci con una felicità diversa da quella che abbiamo cercato fino a quel momento. E se non vogliamo convertirci, finiamo per rifiutare, insultare, odiare e persino uccidere non soltanto il messaggio, ma anche chi ce lo annuncia! Non è forse quello che accade ancora oggi quando raggiunti da una realtà ecclesiale o da un prete che ci chiama a conversione ne diventiamo avversi? Quante volte quando un sacerdote richiama alla fedeltà matrimoniale, alla purezza, alla santità della famiglia, alla necessità della Confessione, al rispetto della vita, alla fedeltà alla Messa domenicale, alla conversione personale, al rinuncio alle ricchezze quanti rispondono con gratitudine? E quanti invece si irritano, si offendono, criticano, si allontanano, accusando quel prete o quella realtà ecclesiale di essere troppo severa? Vogliamo un Vangelo che ci salvi oppure un Vangelo che ci dia sempre ragione? Vogliamo incontrare Cristo oppure un Cristo costruito a nostra immagine e somiglianza?
Ma il re non rinuncia alla festa. Manda i suoi servi ai crocicchi delle strade perché invitino tutti quelli che trovano, «cattivi e buoni» (Mt 22,10). È una rivelazione straordinaria della Misericordia di Dio! Nessuno è escluso a priori. Il peccatore, il lontano, il fallito, colui che ha rovinato la propria vita, colui che tutti giudicano irrecuperabile: tutti sono chiamati! La Chiesa non è un circolo esclusivo di persone perbene, non è un’associazione di perfetti, di puritani, non è una comunità riservata a coloro che non hanno mai sbagliato. È il luogo nel quale Dio continua a chiamare i peccatori alla conversione e alla Salvezza! È il luogo dove splende la Gloria di Dio che è la sua Misericordia!
Ma perché proprio ai crocicchi delle strade? Perché lì si trovano coloro che non hanno una casa nella quale sentirsi al sicuro, coloro che sono in cammino, coloro che non sanno quale direzione prendere. È l’immagine dell’uomo che ha sperimentato il fallimento delle proprie illusioni, che ha cercato la felicità nel denaro, nel sesso, nel potere, nel successo, nella stima degli altri, nei divertimenti, nelle relazioni disordinate, e alla fine si è ritrovato con il cuore vuoto. È l’immagine del peccatore che finalmente scopre di essere povero, di non bastare a se stesso, di aver bisogno di essere salvato.
E tu, dove sei? Sei ancora occupato nei tuoi affari, con un’agenda piena di impegni e un cuore vuoto di Dio, oppure hai finalmente riconosciuto di essere un mendicante ai crocicchi della vita?
Attenzione, perché anche chi crede di possedere tutto, davanti a Dio è un povero! Anche chi ha denaro, salute, prestigio, cultura, potere, amici e relazioni se non possiede Cristo non possiede ciò che può salvarlo! La seconda lettura ci presenta proprio questa libertà interiore. San Paolo afferma: «So vivere nella povertà come so vivere nell’abbondanza» e aggiunge: «Tutto posso in colui che mi dà la forza» (Fil 4,12-13). Paolo ha imparato che la vera ricchezza non consiste in ciò che possiede, ma in Colui al quale appartiene. Non sono le circostanze esteriori a determinare la sua felicità, ma la presenza di Cristo nella sua vita. E noi? Quante volte misuriamo la bontà di Dio sulla base di ciò che ci concede? Se abbiamo salute, lavoro, denaro, se le cose vanno secondo i nostri desideri, allora ringraziamo il Signore. Ma quando arriva una malattia, una sofferenza, una difficoltà economica, una delusione, un tradimento ecco che la nostra falsa fede di svela e la nostra religiosità comincia a vacillare! Perché? Perché forse non abbiamo mai veramente cercato Dio, ma soltanto ciò che Dio poteva darci e assicurarci! Il vero cristiano non è colui che segue Cristo finché tutto va bene, ma colui che rimane fedele a Cristo anche quando tutto sembra andare male! È colui che può ripetere con Giobbe: «Il Signore ha dato, il Signore ha tolto, sia benedetto il nome del Signore!» (Gb 1,21).
La Chiesa è dunque mandata continuamente ai crocicchi dell’esistenza, alle periferie della vita, a cercare gli uomini là dove si trovano, senza pretendere che siano già santi per poterli incontrare. Ma attenzione a non cadere in un equivoco che oggi rischia di svuotare completamente il Vangelo: Dio invita tutti, ma non approva tutto! Accoglie ogni peccatore, ma non benedice il suo peccato! Il fatto che siano stati invitati «cattivi e buoni» non significa che i cattivi debbano rimanere cattivi e i buoni possano accontentarsi di essere tali. L’invito è gratuito, ma richiede una risposta che trasformi la vita, che ci faccia santi. La vera Misericordia non è il permesso di continuare a peccare: è la possibilità di smettere di essere schiavi del peccato! Certo in un lungo e serio itinerario di conversione e liberazione che punta a una meta chiara: la santità, le conformità a Cristo Gesù.
Ed eccoci al particolare più inquietante della parabola: l’uomo senza abito nuziale. Era stato invitato anche lui, e come era in uso in quei tempi, gli saranno stati dati tutti i mezzi per prepararsi. Certamente al suo servizio il re avrà preposto servi e serve per ripulirlo, rivestirlo e prepararlo come conveniva ma era entrato nella sala, si trovava insieme agli altri commensali ma senza aver approfittato dalle cure che gratuitamente gli erano state offerte. Per questo il re gli domanda: «Amico, come mai sei entrato qui senza l’abito nuziale?» (Mt 22,12). E quell’uomo ammutolisce. Non ha nulla da rispondere! Non ha scuse! Anni e anni di Sacramenti celebrati, di inviti a catechesi, a celebrare la Parola di Dio, in Comunità Cristiane a sua portata ma … di nulla ha approfittato!
Che cos’è infatti questo abito? È il segno della vita nuova che Dio ci dona e che siamo chiamati a custodire. È la vita e i sentimenti di Cristo Gesù in noi! È la fede che diventa vita. È quella carità ai nemici che unica rende autentica la nostra appartenenza a Cristo. San Paolo lo esprime con parole chiarissime: «Quanti siete stati battezzati in Cristo vi siete rivestiti di Cristo» (Gal 3,27). E ancora: «Rivestitevi del Signore Gesù Cristo» (Rm 13,14). Sant’Agostino identifica l’abito nuziale con la carità che nasce da un cuore puro, da una buona coscienza e da una fede sincera.
Non basta dunque entrare o essere nella sala del banchetto: occorre essere rivestiti dell’Amore dello Sposo! Non basta appartenere esteriormente alla Chiesa: occorre vivere interiormente della Vita di Cristo in concrete comunità e relazioni fraterne!
E qui la domanda diventa inevitabile: noi che siamo entrati nella Chiesa attraverso il Battesimo e che ci nutriamo regolarmente dei suoi Sacramenti, siamo davvero rivestiti di Cristo? Oppure abbiamo conservato soltanto il certificato di Battesimo e domenicalmente firmiamo la presenza alla Santa Messa, mentre nella vita quotidiana continuiamo a indossare l’abito dell’uomo vecchio? Possiamo essere battezzati e vivere da pagani! Possiamo ricevere la Santa Comunione e continuare a coltivare odio, rancore, invidia, superbia, impurità, avidità, disonestà senza vivere vere relazione fraterno. Possiamo recitare il Rosario ogni giorno e poi distruggere il prossimo con la lingua! Possiamo partecipare a tutte le processioni, a tutte le novene, a tutte le celebrazioni e rifiutarci ostinatamente di perdonare qualcuno! Possiamo perfino servire all’altare, cantare nel coro, appartenere a gruppi di preghiera, fare il catechismo ai bambini e non permettere mai al Vangelo di correggere i nostri comportamenti! E allora domandiamoci: che cosa abbiamo indosso? L’abito di Cristo oppure la maschera della religiosità?
Non basta essere dentro la sala del banchetto! Non basta occupare un posto in Chiesa! Non basta essere iscritti nei registri parrocchiali! Non basta dire: «Io sono cattolico, sono sempre stato cattolico, vengo da una famiglia cattolica!». La fede non è un’eredità anagrafica, ma una vita da accogliere, custodire e testimoniare. Gesù ci avverte: «Non chiunque mi dice: “Signore, Signore”, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli» (Mt 7,21).
E qui la parabola diventa particolarmente seria per noi sacerdoti. Perché possiamo trascorrere tutta la nostra esistenza a invitare gli altri al banchetto del Signore, possiamo predicare, celebrare, confessare, amministrare i Sacramenti e tuttavia rischiare di non vivere personalmente ciò che annunciamo! Possiamo diventare funzionari del sacro, amministratori di strutture, organizzatori di attività religiose, senza essere veramente uomini di Dio e capaci di fondare vere Comunità Cristiane. San Paolo aveva ben presente questo pericolo quando scriveva: «Tratto duramente il mio corpo e lo riduco in schiavitù, perché non succeda che, dopo avere predicato agli altri, io stesso venga squalificato» (1Cor 9,27). Ma la responsabilità non riguarda soltanto i sacerdoti. Con il Battesimo tutti siamo stati consacrati a Cristo, resi partecipi della Sua missione sacerdotale, profetica e regale. Non siamo cristiani per cercare di salvare la nostra anima, ma siamo chiamati a collaborare alla Salvezza degli altri! Un padre e una madre dovranno interrogarsi sulla fede trasmessa ai figli; un catechista sulla testimonianza offerta ai ragazzi; un padrino e una madrina sulla responsabilità assunta davanti a Dio nell’aiutare i genitori a fare dei loro figli dei santi; ciascuno di noi sulle persone che il Signore ha posto lungo il proprio cammino.
Che cosa ne abbiamo fatto degli invitati che Dio ha affidato alla nostra responsabilità? Li abbiamo accompagnati verso Cristo oppure li abbiamo lasciati andare tranquillamente verso l’indifferenza? Abbiamo avuto il coraggio di correggere, di testimoniare, di richiamare con amore alla Verità oppure abbiamo preferito tacere per non disturbare nessuno, per non perdere simpatie, per non essere giudicati esagerati? Una Chiesa che non chiama più alla conversione si trasforma in una sala da ricevimento nella quale tutti si sentono accolti, ma nessuno viene aiutato a prepararsi all’incontro con il Re!
E qui ritorna l’immagine del banchetto. Ogni domenica il Signore prepara per noi un banchetto ben più grande di quello descritto nella parabola: il banchetto dell’Eucaristia! Non ci offre semplicemente qualcosa di buono, ma ci dona Se stesso, il Suo Corpo e il Suo Sangue, la Sua Vita divina! Eppure, quante volte le nostre Chiese rimangono semivuote! Quanti battezzati non sentono più il bisogno della Messa domenicale! Quanti genitori si preoccupano che i figli non perdano un allenamento, una lezione, una festa, ma non si preoccupano minimamente se perdono l’incontro domenicale con Cristo! E non possiamo nemmeno tranquillizzarci guardando soltanto coloro che vengono a Messa. Perché il Vangelo dell’abito nuziale è rivolto soprattutto a chi è già entrato nella sala! Come ci accostiamo all’Eucaristia? Con quale coscienza? Con quale preparazione? Con quale desiderio di conversione? Ci ricordiamo ancora che ricevere il Corpo di Cristo non è un gesto sociale, un’abitudine, un diritto automatico, ma un incontro reale con il Signore? Ci ricordiamo che chi è consapevole di aver commesso un peccato mortale deve prima riconciliarsi con Dio attraverso il Sacramento della Confessione? San Paolo ci mette severamente in guardia: «Ciascuno, dunque, esamini se stesso e poi mangi del pane e beva dal calice; perché chi mangia e beve senza riconoscere il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna» (1Cor 11,28-29). Sono parole fortissime! Eppure oggi rischiamo di dimenticarle, quasi che parlare di peccato, di Confessione, di conversione, di giudizio e di Inferno significhi tradire la Misericordia di Dio. Ma quale misericordia sarebbe quella che, per non turbare la coscienza del peccatore, lo lasciasse tranquillamente camminare verso la propria perdizione? Un medico che nascondesse al malato la gravità della sua malattia non sarebbe misericordioso, ma assassino! E un sacerdote che tacesse la Verità del Vangelo per paura di perdere fedeli non sarebbe un buon pastore, ma un mercenario!
Eppure c’è un particolare che non dobbiamo trascurare. Quando il re si rivolge all’uomo senza abito nuziale, lo chiama ancora «Amico»! È una parola che rivela quanto sia serio e personale il rapporto che Dio desidera avere con noi. Anche quando smaschera il nostro peccato, Dio non cessa di chiamarci alla Verità. E oggi, mentre siamo ancora nel tempo della Misericordia, possiamo lasciarci giudicare dalla Sua Parola per non doverci trovare impreparati davanti al giudizio definitivo.
Quell’uomo «ammutolì». Anche noi dobbiamo imparare ad ammutolire davanti a Dio, come Giobbe, smettendo di giustificare continuamente noi stessi. Quante scuse troviamo per i nostri peccati! È sempre colpa degli altri, delle circostanze, dell’educazione ricevuta, del carattere, della società, delle tentazioni, di qualcun’altro! Ma quando finalmente avremo il coraggio di riconoscere: «Signore, ho peccato! Ho tradito il Tuo Amore! Ho preferito i miei idoli alla Tua Grazia!»? Non dobbiamo difendere l’uomo vecchio che è in noi, ma lasciarlo crocifiggere con Cristo. San Paolo afferma: «Il nostro uomo vecchio è stato crocifisso con lui, affinché fosse reso inefficace questo corpo di peccato» (Rm 6,6).
È questa la vera conversione: non un semplice miglioramento morale, non qualche piccolo aggiustamento delle nostre abitudini, ma la morte dell’uomo vecchio perché possa vivere in noi l’uomo nuovo, Cristo Risorto! Per questo la Chiesa non può accontentarsi di distribuire Sacramenti senza formare cristiani! Non basta preparare i bambini a ricevere la Prima Comunione se poi non li accompagniamo a vivere dell’Eucaristia! Non basta organizzare la Cresima come una festa conclusiva del catechismo, se poi i ragazzi scompaiono dalla vita della Chiesa! Non basta celebrare matrimoni religiosi se gli sposi non hanno compreso che il Sacramento li chiama a rendere visibile l’Amore fedele e indissolubile di Cristo per la Sua Chiesa! Abbiamo trasformato troppo spesso i Sacramenti in traguardi da raggiungere, mentre sono doni della Grazia che devono generare e alimentare una vita nuova! E allora dobbiamo domandarci se le nostre comunità stanno veramente generando discepoli di Cristo oppure semplicemente organizzando cerimonie religiose! Occorre riscoprire la serietà dell’Iniziazione Cristiana, non tanto necessaria per i bimbi ma per i loro genitori e tutti gli adulti che, in numero sempre più esiguo, popolano le nostre liturgie. Abbiamo bisogno di un autentico cammino di conversione nel quale la Parola di Dio illumina la vita, smaschera gli idoli, guarisce le ferite, educa alla preghiera, conduce ai Sacramenti e rende capaci di amare gratuitamente formando vere Comunità Cristiane dove si dia il perdono e l’amore al nemico. La Chiesa deve tornare a essere Madre che genera figli alla fede, non un ufficio che rilascia certificati di appartenenza religiosa!
Sant’Agostino, commentando proprio questa parabola, esorta coloro che sono già entrati nella Chiesa a indossare l’abito nuziale, a non cercare soltanto i propri interessi, ma quelli di Cristo. E ricorda che lo Sposo è Cristo e la Sposa è la Chiesa: onorare lo Sposo significa amare anche la Sposa, e amare veramente la Chiesa significa imparare ad amare i fratelli della propria concreta comunità con la stessa Carità di Cristo. Ecco allora il criterio fondamentale per riconoscere se stiamo veramente indossando l’abito nuziale: siamo capaci di amare come Cristo ci ama soprattutto quando siamo peccatori e suoi nemici? Sappiamo perdonare chi ci ha offeso? Sappiamo benedire chi ci maledice? Sappiamo fare del bene senza pretendere nulla in cambio? Sappiamo accogliere il debole, sopportare il difficile, correggere il ribelle, servire senza cercare riconoscimenti? Sappiamo amare anche quando non siamo amati? Non si tratta di compiere tutto questo con le nostre forze. Il cristianesimo è innanzitutto un’opera della Grazia! È Cristo Risorto che vive nel cristiano e rende possibile ciò che umanamente è impossibile. È Lui che ci dona un cuore nuovo, capace di amare persino i nostri nemici. Ma questa Grazia domanda la nostra libera collaborazione, la nostra disponibilità a lasciarci correggere, purificare e trasformare.
Gesù conclude: «Molti sono chiamati, ma pochi eletti» (Mt 22,14). Non ci sta consegnando una statistica di quanti entreranno in Paradiso, ma ci sta mettendo davanti alla serietà della nostra risposta. La chiamata è gratuita, la Salvezza è un dono, ma non possiamo pretendere di essere salvati rifiutando ostinatamente la Grazia che ci vuole trasformare.
Eppure il messaggio di oggi non è un messaggio di disperazione, ma di speranza! Perché il Re continua a invitare! Le porte della sala sono ancora aperte! Il tempo della Misericordia non è ancora terminato! Finché siamo vivi, possiamo convertirci, possiamo confessarci, possiamo ricominciare, possiamo lasciarci rivestire di Cristo! Nell’Apocalisse leggiamo: «Beati gli invitati al banchetto di nozze dell’Agnello!» (Ap 19,9). È proprio questo l’invito che risuona nella celebrazione eucaristica. E quando il sacerdote ci presenta il Corpo di Cristo, noi rispondiamo: «O Signore, non sono degno di partecipare alla tua mensa, ma di’ soltanto una parola e io sarò salvato». Non siamo degni per i nostri meriti! Nessuno può acquistare il diritto al Paradiso! Ma proprio perché non siamo degni, dobbiamo lasciarci trasformare dalla Grazia di Dio, anziché pretendere che Dio si adatti alle nostre miserie senza chiederci di abbandonarle.
Carissimi fratelli e sorelle, oggi il Signore ci pone davanti a tre domande alle quali ciascuno deve rispondere personalmente: Ho veramente accolto l’invito di Dio, oppure continuo a trovare scuse per rimandare la mia conversione? Per non lasciarmi rivestire dei suoi medesi sentimenti in seri cammini comunitari di conversione? E soprattutto: se oggi stesso il Signore venisse a chiedermi conto della mia vita, mi troverebbe con l’abito nuziale della Sua Grazia? Non rispondiamo troppo in fretta! Non rifugiamoci nella consolante convinzione che, in fondo, siamo brave persone! Non misuriamo la nostra santità confrontandoci con chi ci sembra peggiore di noi! Il nostro modello non è il vicino di casa, non è il cristiano che non viene mai in Chiesa, non è il peccatore che tutti conoscono. Il nostro modello è Gesù Cristo! E allora, mentre ci avviciniamo al banchetto eucaristico, chiediamo al Signore di strapparci di dosso l’abito della superbia, dell’egoismo, dell’indifferenza, della tiepidezza spirituale, della religiosità soltanto esteriore, e di rivestirci della Sua Grazia, della Sua Santità, della Sua Carità. Perché alla fine della nostra vita non ci sarà chiesto a quante Messe abbiamo semplicemente partecipato, quante preghiere abbiamo recitato, quante attività parrocchiali abbiamo organizzato, ma quanto ci siamo lasciati trasformare da Cristo attraverso tutto questo e quanto Amore abbiamo realmente donato. Il Paradiso è un banchetto di nozze, non una sala d’attesa nella quale entrare distrattamente! E la veste nuziale non possiamo improvvisarla nell’ultimo istante: dobbiamo cominciare a indossarla oggi, lasciando che Cristo rinnovi ogni giorno la nostra vita! Non dimentichiamo: Dio invita tutti alla Salvezza, ma non costringe nessuno a salvarsi! L’invito è gratuito, la Grazia è un dono, ma la risposta è una responsabilità! E che non ci accada la tragedia più grande: essere stati invitati personalmente da Dio al banchetto della Vita Eterna e aver preferito, per tutta la vita, occuparci di tutt’altro!
Amen.
Sia lodato Gesù Cristo!
Don Salvatore Albano
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📌 RIFLESSIONI
Per entrare in Paradiso…
Il Paradiso è una Festa, una Festa eterna. Una Festa di gioia che non avrà mai fine. La Festa di nozze tra Dio e ogni anima salvata. Dio, più intimo a noi di noi stessi, ci riempirà di Sé. Ma non sarà tanto che Lui abiterà in noi, piuttosto che noi abiteremo in Lui. Ci dirà: «Entra nella gioia del tuo Signore!» (Matteo 25, 21).
Ma è necessario che tutti gli invitati abbiano “l’abito nuziale”, altrimenti Dio ci dirà: «Amico, come mai sei entrato qui senza l’abito nuziale?». L’abito nuziale è la Carità. Ed è l’“abito bianco” di coloro che sono stati redenti: «Quelli che sono vestiti di bianco, chi sono e donde vengono?… Essi sono coloro che sono passati attraverso la grande tribolazione e hanno lavato le loro vesti rendendole candide col Sangue dell’Agnello» (Apocalisse 7, 13-14).
Entrano solo quelli che sono stati purificati da tutto ciò che non è amore. Ecco perché le Anime del Purgatorio aspettano e vogliono aspettare ad entrare in Paradiso, se non si vedono completamente possedute dall’Amore.
«Quando entrai per un momento in Cappella, il Signore mi fece conoscere che fra le anime che sceglie ne ha alcune elette in modo particolare, che chiama ad una Santità superiore, ad un’unione eccezionale con Sé. Sono anime serafiche, dalle quali Iddio esige che Lo amino più delle altre anime, benché vivano tutte nello stesso convento; talvolta però questo amore più intenso lo esige da una sola anima.
Quest’anima comprende la chiamata, poiché Iddio gliela fa conoscere interiormente, però può seguirla e può anche non seguirla. Dipende dall’anima rispondere alla chiamata dello Spirito Santo oppure opporsi allo Stesso Spirito Santo. Ho saputo che c’è un luogo in Purgatorio, dove le anime espiano di fronte a Dio per colpe di questo genere. Questa fra le varie pene è la più dura» (Santa Faustina Kowalska, “Diario”, 1º febbraio 1938).
La “via diritta per il Cielo”. «Per chi ha fatto sempre la mia Volontà non esistono vie per il Purgatorio, la sua via è diritta per il Cielo. E chi non in tutto e per sempre, ma in gran parte ha riconosciuto il mio Volere e vi si è sottoposto, si è formato tante vie e riceve tanto che subito il Purgatorio lo spedisce al Cielo. Ora, come le anime purganti per ricevere i suffragi dovevano formarsi le vie, così i viventi per mandare i suffragi devono fare la mia Volontà per formarsi le vie, per fare salire i suffragi nel Purgatorio.
Se fanno i suffragi e dalla mia Volontà son lontani, i loro suffragi, mancando la comunicazione della mia Volontà che, sola, unisce e vincola tutti, non troveranno la via per salire, i piedi per camminare, la forza per dare il sollievo: saranno suffragi senza vita, perché manca la vera Vita del mio Volere che, solo, tiene virtù di dar vita a tutti i beni. Quanto più di mia Volontà l’anima possiede, tanto più valore contengono le sue preghiere, le sue opere, le sue pene; sicché più sollievo può portare a quelle anime benedette. Io misuro e dò il valore a tutto ciò che può fare l’anima, per quanto di mia Volontà possiede» (L. Piccarreta, “Libro di Cielo”, 3 novembre 1926, vol. 20º).
Padre Domenico Maria del Paradiso
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🙏🏻 PREGHIERA
Signore Gesù, Sposo della nostra anima, Tu ci inviti al banchetto del Tuo Amore, ma noi, troppo spesso, preferiamo i nostri affari, i nostri idoli e le nostre false sicurezze alla gioia di vivere in comunione con Te e con i fratelli.
Perdonaci, Signore, perché tante volte ci accontentiamo di una religiosità esteriore, di Sacramenti ricevuti senza conversione, di preghiere recitate senza Amore, di una fede che non cambia la nostra vita.
Vieni a cercarci ai crocicchi dei nostri peccati, delle nostre schiavitù e delle nostre delusioni. Strappaci di dosso l’abito vecchio della superbia, dell’egoismo e dell’ipocrisia, e rivestici della Tua Grazia, dei Tuoi sentimenti e della Tua Carità.
Donaci l’umiltà di lasciarci generare e formare nella fede dalla Chiesa, nostra Madre, perché nelle nostre Comunità impariamo a perdonarci, ad amarci come Tu ci ami e a donare la vita persino per i nostri nemici.
Fa’ che non siamo cristiani soltanto di nome, ma uomini e donne nei quali Tu, Risorto e Vivo, possa manifestare la potenza del Tuo Amore.
E quando ci chiamerai al banchetto eterno delle Tue Nozze, concedici di essere trovati rivestiti di Te, nostro unico Bene, nostra Gioia e nostra Salvezza!
Amen.
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📌 SANTI E BEATI DEL GIORNO
Oggi veneriamo San Giovanni XXIII, papa; San Filippo, diacono; Santi Táraco, Probo e Androníco, martiri; Santi Nicasio, Quirino, Subícolo e Pienza, martiri; San Santino, vescovo; San Sármata, abate; San Firmino, vescovo; San Cánico, abate; Sant’Anastasio, sacerdote; San Gummario
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🎧 in audio su YouTube - SAN GIOVANNI XXIII
https://youtu.be/wWRrpb9_iIY?is=7h1lNML_YMwBHJ4I